Appunti isontini

province

Alcuni appunti a ruota libera sullo sviluppo economico e sull’assetto istituzionale del Paese, senza la pretesa di avere la verità in tasca. La proposta di abolizione delle Province è un diversivo per evitare di fare i conti con una crisi che altri hanno definito “tornante della storia”. Essa parte infatti da alcuni presupposti altamente discutibili:

1)  eliminare o ridurre le Province porterà un risparmio;

2)  ci sono troppi livelli amministrativi e ciò significa costi diretti non più sopportabili e soprattutto enormi costi riflessi di una intermediazione burocratica - e politica - che frena la crescita.

 

1) La prima osservazione è una baggianata: infatti chiudere le Province non farà risparmiare un euro, anzi costerà di più.

Il perché è presto detto: immobili, dipendenti, scuole, strade, servizi ambientali, motorizzazione, lavori pubblici, centri per l’impiego, non solo non spariranno ma costeranno di più se trasferiti alla Regione (la busta paga media dei dipendenti della Provincia è nettamente più bassa della busta paga media di quelli della Regione).

Per non parlare delle spese di funzionamento, dei contributi da erogare previsti per legge, dalla farraginosità delle procedure.
Basti ricordare che con la LR 24/2006 sono stati trasferiti alle Province del FVG ben 52 competenze in termini di contributi, con un trasferimento in denaro che era la metà di quel che la Regione spendeva normalmente per gli stessi contributi! La giustificazione di tali importi minori fu: sicuramente più vicino al territorio saprete gestire con meno spreco le risorse. Grazie, sic!.

Al di là di tutto rimane la certezza che queste competenze ritornate alla Regione costeranno molto di più di oggi. (oggi a una società sportiva puoi dare 300€, magari due coppe, magari li aiuti a trovare un credito, o forse solo hai un buon rapporto. Domani non la vedo una Regione che da 300€…).

Non parliamo della Motorizzazione Civile, eredità dello Stato italiano, che solo la cocciutaggine delle Province ha impedito diventasse il doppio della spesa attuale (fondi e indennità speciali sono stati per ora cancellati).

Ma potrebbe essere anche peggio: pensate se una parte delle competenze e del personale andasse a enti e carrozzoni pubblici fatti ad hoc!

Inoltre bisogna far osservare che sul territorio vale il concetto del senso di comunità, che in parole povere significa che una parte dei servizi vengono erogati in forma di volontariato gratuito: quello che in gergo viene chiamata la “sussidiarietà orizzontale”, anche se oggi si parla molto di “empowerment”.   

Tutto questo andrebbe irrimediabilmente perso.
Tutto questo costa molto di più alle casse della Regione dell’attuale costo della Giunta e del Consiglio. 

Oggi il costo della parte politica della Provincia di Gorizia è pari a 3 € all’anno per abitante: tre caffè all’anno.

Esiste però anche un altro calcolo, ed è la spesa delle famiglie, quella diretta e quella indiretta.
Spesa diretta: cambiare indirizzo su tutti i documenti, la targa, la patente, il passaporto, l’anagrafe, l’assicurazione, inps, inail, ecc.ecc. Cambiare la sede sociale delle imprese, creare corrispondenza tra atti vecchi e atti nuovi, far valere in giudizio le proprie ragioni …
Spesa indiretta: un servizio più lontano comporta minor possibilità di far valere i tuoi diritti e di avere occasioni di confronto. Sarà inevitabile che i servizi si allontanino dal territorio e dal cittadino.
Aumenta quello che Jurgen Habermas ha definito il carattere impersonale della macchina burocratica. Per inciso Habermas ha individuato in ciò il motivo principale della crisi dello stato sociale. 

In sintesi la risposta alla prima osservazione è che meno province uguale più spesa e minore qualità della vita.


2) La seconda osservazione ci richiama alla natura stessa della crisi.

Perché viene fatta la manovra finanziaria fatta di tagli e sacrifici? Per rispondere alla crisi. Ma come si è creata la crisi?
Appurato che l’obiettivo è vincere la crisi, ciò si ottiene solo intervenendo sui motivi della sua origine, altrimenti gli interventi non solo sono inutili ma rischiano altresì di diventare dannosi e controproducenti. Vediamo questi motivi.

In un bel libro dal titolo “la crisi, riuscirà la politica a salvare il mondo?”, due giornalisti economici di fama nazionale, Alesina e Giavazzi, chiariscono che gli USA hanno introitato dollari da tutto il mondo e hanno esportato una montagna di crediti non esigibili che come il virus dell’AIDS stanno infettando le finanze e l’economia globale.

In due parole, aggiungo io, il mercato non è stato in grado di autoregolarsi, che per gli eredi di Adam Smith equivale ad un fallimento dell’ideologia iperliberista.

Questo processo di infezione non è di oggi. Viene da lontano, perché sono le cosiddette bolle speculative che di volta in volta si protraggono nel tempo e si autoalimentano.

Pur venendo da lontano, il processo è stato accelerato dalla globalizzazione e ha dovuto fare i conti prima del tempo con la limitatezza delle risorse naturali del pianeta e con la sostenibilità del modello di sviluppo basato sulla crescita continua.

Quel modello si basava sul carattere espansivo del capitalismo e richiedeva continuamente nuovi mercati di espansione o comunque mercati anche vecchi ma fortemente ingordi di prodotti.
Capisaldi di quella filosofia sono:

-    disponibilità di energia illimitata
-    consumismo e politica dell’usa e getta, per generare il ciclo produzione/consumismo/usa e getta/produzione….

Ma pensare ad un mercato che si autoalimenta con il consumo dell’usa e getta, significa non fare i conti con la disponibilità delle risorse ambientali e con la sostenibilità dello sviluppo.

In poche parole la liberalizzazione dei capitali in tutto il mondo ha accelerato la crisi del sistema, perché ha fatto emergere miliardi di nuovi consumatori/produttori che stanno saturando il mercato e creando nuovi soggetti e nuovi rapporti di forza economica.

Il risultato è l’incapacità del mercato ad autoregolarsi.
È aumentata la capacità produttiva e si sono ristretti i mercati disponibili, mentre contemporaneamente viene meno la disponibilità di risorse naturali illimitate.
Questa limitazione colpisce nell’immediato con più forza i Paesi già industrializzati che sono portatori storicamente di grande debito pubblico, e che subiscono il costo crescente delle materie prime e dei combustibili derivati dal petrolio.
I Paesi emergenti gestiscono questa fase con la compressione del costo del lavoro e dei diritti, ma per tutti in poco tempo il tema della capacità del pianeta di autorigenerarsi determinerà scelte drastiche.

La natura della crisi economica rappresenta l’ultimo atto della crisi dello Stato-Nazione.

Siamo quindi davanti a una crisi di sistema, da cui si esce solo impostando un nuovo modello di sviluppo che faccia i conti con i limiti del pianeta e con il suo equilibrio sociale e che superi i centralismi ormai obsoleti degli stati nazionali.

Non è questa la filosofia della manovra del governo italiano, che persegue un vago liberismo all’italiana, dove come sempre si privatizzano gli utili e si scaricano sulla collettività le perdite, dove si persegue nell’euro scetticismo se non euro isolamento e dove si puniscono le comunità locali, che normalmente hanno i bilanci a posto e sono le ultime responsabili della crisi. Si tratta di fatto di una specie di “legge obiettivo” sulle comunità locali. Questo è ancor più rilevante in un territorio come il nostro che ha fatto della “differenza” un valore aggiunto: la minoranza slovena, la comunità friulana, le parlate locali. C’è questo alla base della specialità della nostra Regione, non dimentichiamolo.

Un attentato al senso di comunità. Il senso di comunità fa appartenenza, fiducia, incute sicurezza, rispetto delle cose comuni, da identità, fa pagare le tasse, ti fa pulire il marciapiede di casa tua, vedere dove vanno i soldi che la comunità spende. Fa crescere cittadini consapevoli e responsabili.

Non conosco una fabbrica che sia entrata in crisi per colpa di un Comune o di una Provincia, ma conosco tante aziende che hanno perso posti di lavoro per colpa delle mancate o sbagliate scelte del Governo centrale (una per tutte il superporto di Monfalcone). Ergo, bisogna chiudere il Governo J

Queste affermazioni non sono la variante in salsa Provincia della sindrome di NIMBY, ma la constatazione che per non mettere in discussione il modello di sviluppo e il centralismo statale, si colpiscono le comunità, i diritti dei lavoratori, in una parola quelli che fanno le cose bene e oneste.
Altro che orpelli alla crescita!

Ai pasdaran del liberismo senza regole va ricordato che la crisi non si è generata nei Paesi con forti apparati pubblici, ma è nata negli USA, ovvero nella patria del liberismo più sfrenato. Questa è la verità che nessuno vuole ricordare. Imitare quel modello è un suicidio, anche perché loro stessi lo stanno cambiando.
In due parole non serve una rivoluzione liberale.
A chi pensa di applicare la logica delle multinazionali a tutte i settori del vivere civile, noi rispondiamo che vogliamo una rivoluzione democratica ed ecologica dell’economia.
Anche perché quell’efficientismo che ci viene proposto è lo stesso che ha generato la crisi, in quanto non esiste sviluppo senza democrazia ma solo profitti per pochi.

 

Cosa dobbiamo fare.

Dobbiamo definire un nuovo modello di sviluppo.
Dobbiamo farlo nella nostra Regione, difendendo e rivendicando la nostra specialità, sia per quanto attiene alle riforme Costituzionali ma soprattutto per quanto attiene la definizione di un nuovo modello di sviluppo.
Una Regione campione della green economy, che ha tutte le carte in regola per prefigurare l’Europa del domani.
Una Regione che avvia una profonda riforma della sua organizzazione, con una forte delegiferazione dei vincoli burocratici e con un deciso disboscamento della enorme pletora di enti, spa, agenzie, aziende, consorzi ecc. ecc. che rappresentano di fatto solo fonti di spesa prive di rappresentanze elettive.

Ipotizziamo una scaletta logica:

·    definire la politica energetica;
·    definire la politica industriale;

l’insieme di queste due scelte (energia e industria) determina il modello di sviluppo da perseguire, in quanto fattori importanti se non decisivi dello sviluppo stesso.

Il modello di sviluppo determina l’organizzazione sociale (governance del sistema), sia nei suoi aspetti istituzionali che nei suoi aspetti di stato sociale e di consumi.

Con questa scaletta diventa logico pensare che bisogna prima determinare il modello di sviluppo e poi l’organizzazione sociale che lo sostiene (governance).
Si potrebbe anche dire che ogni modello di sviluppo ha la sua organizzazione sociale più adatta.
Su tutto ciò vale una domanda, anzi ‘la domanda’: si vince la crisi con più democrazia o con meno democrazia?
I furbi risponderanno “migliorando la democrazia” ma ciò non significa niente, perché la questione non attiene alla fase partecipativa della democrazia ma a quella decisionale, ovvero a quello che viene chiamato empowerment. Infatti è la crisi del processo decisionale che è all’origine della crisi stessa.

Seguendo questa scaletta, ecco una ipotesi di lavoro:


·    Politica energetica: da fonte rinnovabili e distribuita sul territorio.

·    Politica industriale: la green economy, ovvero energia dal sole, economia del mare, centralità viaria, gestione e proprietà pubblica dei beni comuni (commons), rifiuti zero, ecc..

·    Modello di sviluppo: dall’economia della crescita all’economia della sostenibilità.

·    Organizzazione sociale: gli Stati uniti d’Europa e il ruolo delle comunità e dei territori, ovvero:
·    nelle istituzioni – una Regione più leggera, solo legislazione e niente amministrazione, solo programmazione e pianificazione, e un sistema locale che diventa la Repubblica più vicina ai cittadini, come previsto dall’art.114 della Costituzione;
·    nel sociale – il welfare di comunità;
·    nei consumi – il superamento del consumismo usa e getta e il passaggio al consumo responsabile e al risparmio consapevole.

I referendum sono stati da questo punto di vista illuminanti.

Nucleare.
Dopo il voto del referendum contro il nucleare, la domanda che dovrebbe assillare la politica nazionale dovrebbe essere: qual è la politica energetica del nostro Paese, ovvero, quale modello di sviluppo vogliamo?

Il nucleare è stato infatti una discriminante.
Con il nucleare qualcuno pensava alla energia infinita (ma l’uranio non lo è).
Con il nucleare qualcuno pensava all’accentramento delle produzioni in poche mani.

Torniamo sempre lì:

1.    energia infinita (ciclo produzione/ consumismo/usa e getta)
2.    concentrazione della produzione energetica in poche mani (ruolo degli stati nazionali e dei centralismi)

Il referendum sul nucleare non ha spazzato via solo la produzione energetica basata sul nucleare ma il modello di sviluppo conseguente.

Acqua pubblica.

Il referendum sull’acqua pubblica è ancora più indicativo.

Per la prima volta da decenni, gli italiani hanno detto senza appello che pubblico è bello, che del pubblico mi fido, che tu, mercato, sei libero di andare dove vuoi ma ci sono posti ( the commons) dove non ci devi essere perché attengono ai diritti inalienabili dell’essere umano.

Scusate se è poco. Non si può banalizzare.

Più democrazia e più politica.

Per rispondere alla domanda iniziale se si vince la crisi con più democrazia o con meno democrazia, ecco alcuni spunti:

·    La crisi non è stata generata da troppa politica ma da poca politica e controlli, i mercati  hanno fallito la prova della loro capacità di autogestirsi. La fine del mercatismo (parola inesistente) è la fine di una ideologia iperliberista.

·    La crisi non è colpa di troppa democrazia, ma di troppa oligarchia. Ergo per uscire dalla crisi bisogna più democrazia.

In sintesi la risposta alla seconda osservazione è che meno province uguale cittadini più soli davanti alla crisi.


L’ultime domande.

Esiste una domanda da farsi: le Province servono?

La risposta è si, perché servono istituzioni di governo locale di area vasta, non legislative ma amministrative. Perché l’Italia è fatta dai Comuni ed è stata fatta dai Comuni, anche dai piccoli Comuni, che non sono un costo ma una risorsa per tutti.
Perché questa è la nostra storia e la nostra identità, perchè un popolo senza identità non ha futuro.
L’elezione diretta delle Province è una forza dei cittadini, che possono cambiare chi li rappresenta con un semplice voto: si chiama democrazia. Per governare una area vasta bisogna avere una visione di area vasta, la Provincia non è solo la somma degli interessi del territorio, ma ne è la sintesi.

Questo vale ancor di più nella Regione FVG, a statuto speciale, che ha compiti prevalenti di legislazione (che dovrebbero diventare esclusivi) e non di governo locale.

Ancora una domanda: perché non accorpare le Province?

La risposta è: perché accorparle? Cosa cambierebbe in meglio? Qualcuno dice, potremo chiudere il Tribunale, la Questura, la Prefettura, l’Azienda Sanitaria, l’Ater, il comando dei Carabinieri, l’Agenzia delle Entrate, l’INPS, l’INAIL ecc. ecc. Il dramma è che lo dice con soddisfazione come se fosse una cosa bella e utile!!!
Il napal farebbe meno danni di questa desertificazione, con migliaia di posti di lavoro in meno, soprattutto indiretti e con un colpo mortale all’economia. Una catastrofe.

Le cose da fare sono altre.

Le abbiamo qui illustrate, di certo sarebbe già un enorme passo in avanti se venissero eliminate molte leggi regionali che procurano solo burocrazia che soffoca Comuni e Province, famiglie e imprese.
Poi basterebbe mettere mano alla enorme pletora di enti di sottogoverno, trasferendo le competenze alla Provincia (Ater, Comunità montane, Consorzi di Bonifica, Ato acqua e rifiuti, paesaggio, servizi tecnici regionali, ispettorato del lavoro, tutta l’agricoltura, tutta la caccia ecc), non servono riforme Costituzionali, si può fare in poco tempo con semplice legge regionale. Il risparmio dalla messa in rete del personale e di doppioni operativi sarebbe subito enorme.
Ci vuole solo la volontà politica, ma questa è un’altra storia.

A Darko che mi ha insegnato che bisogna pensare locale e agire globale,

perché il mondo è fatto dalle persone e dalla loro diversità

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