La nuova societa' Regione

La nuova società Regione

Questo è un contributo di lavoro. È scritto per punti, in modo da renderne facile la lettura e le modifiche. Disegna un’altra Regione FVG, più unica.
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Parte prima. Una Regione a specialità globale.

· In realtà la crisi mondiale riguarda prevalentemente l’Occidente + Giappone. Altri Paesi, con in testa il gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), stanno crescendo a ritmi sostenuti e stanno ridisegnano la mappa del potere economico e democratico mondiale.

· Di questi Paesi, la Cina non è una democrazia, ed è l’unica ad avere una cultura, una storia, una visione della vita e della società completamente diversa dalla nostra, perché nata indipendentemente dalla nostra. La Cina è un altro “noi possibile”, parallelo e non subalterno al nostro “noi europeo” (Francois Jullien – Pensare l’efficacia in Cina e Occidente).

· Inconsapevolmente quando diciamo “noi” ci riferiamo ad un background culturale e sociale occidentale ed europeo, che ha permeato la storia, la religione e il sistema valoriale di questa parte del mondo. In due parole la nostra identità. Ovvero la nostra civiltà.

· Ma che senso ha oggi dire in Europa “noi” davanti ad una globalizzazione che ci mette davanti altri “noi possibili”? Soprattutto altri “noi possibili” che stanno crescendo economicamente? E in che misura bisogna superare l’etnocentrismo per aprirsi al nuovo mondo, senza svendere proprio “noi”?

· Il problema è che non siamo abituati a considerare che possano esistere altre visioni della vita e del mondo, fuori dai canoni consolidati di pensiero che ci provengono da lontano, dall’antica Grecia.

· Eppure siamo dentro questo “tornante della storia”, privi di modelli a cui fare riferimento. Non esiste questione locale che non sia globale, non esiste questione globale che non sia locale. Bratina e Volcic coniarono il termine “glocale” ma ancora in chiave europea; oggi noi viviamo la fine della centralità europea.

· Ripensare la nuova Regione è una circuitazione: si deve partire dal “noi europeo” per arrivare al “noi globale”. Un nuovo “noi globale” fatto di democrazia, di multiculturalità e di plurilinguismo, fatto di diritti, di uguaglianza, di competizione nella sostenibilità ambientale e sociale: è il compito principale delle democrazie se vogliono continuare ad esistere.

· Oggi tutte le politiche messe in campo in Occidente per fronteggiare la crisi hanno sospeso la politica: la società si comporta come una grande azienda che ricerca il profitto per stare sul mercato.
Un colpo duro all’idea della democrazia come sistema migliore.
Tutte politiche che hanno aumentato la disuguaglianza, creato problemi sociali ma che non hanno risolto la crisi: hanno solo allungato il passaggio di consegne ai Paesi emergenti.

· Le Borse segnalano che il “saldo” netto fra quello che lo Stato italiano spende e quello che incassa non è sostenibile a lungo termine; ma il modo per far quadrare i conti, la ripartizione dei costi fra le categorie sociali, questo spetta a noi; questa deve essere la prerogativa della democrazia. (Federico Rampini – Alla mia sinistra)

· La globalizzazione in sostanza non è un evento, con un prima e un dopo, ma un processo su cui bisogna intervenire in maniera permanente, e quindi richiede una strategia, un pensiero lungo.

· Dalla crisi si esce solo con più democrazia e non con meno democrazia. Può farlo solo la sinistra con un nuovo progetto sociale.

· La democrazia è potere ovvero sovranità, che come tutti sanno in Italia “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Oggi si usa molto la parola “empowerment” ma vuol dire la stessa cosa. Importante è sapere chi decide, dove si decide, quando si decide e come si decide. Normalmente quando non si ha risposta ad una o più di queste risposte, la democrazia non è reale, ma solo formale.

· Un nuovo progetto sociale è basato su una visione sociale dell’economia. Delors diceva che il profitto è il metro di misura di una azienda, ma non può essere il metro di misura della società. Kennedy diceva che tutto ciò per cui vale la pena vivere non si misura con il PIL.

· L’idea di nuova Regione parte dall’idea di quale modello di sviluppo vogliamo realizzare.

· Politica energetica e politica industriale determinano il modello di sviluppo da perseguire, in quanto fattori importanti se non decisivi dello sviluppo stesso.

· Il modello di sviluppo determina l’organizzazione sociale (governance del sistema), sia nei suoi aspetti istituzionali sia nei suoi aspetti di stato sociale e di consumi. Quindi  bisogna prima determinare il modello di sviluppo e poi l’organizzazione sociale che lo sostiene (governance). Si potrebbe ipotizzare che ogni modello di sviluppo abbia la propria organizzazione sociale più confacente.

· Nella nuova Regione la specialità non va più messa in discussione: è un dato di partenza, ma va rafforzata. Dobbiamo diventare unici.

· La nuova Regione non si chiama fuori dal mondo ma da il suo contributo per la trasformazione ambientale e sociale dell’economia, in diretto rapporto coi problemi posti dalla globalizzazione. Così rafforza la sua specialità. Questa è la vision.

· Quindi una Regione FVG aperta, come modello di trasformazione ambientale e sociale dell’economia.

· Quindi una Regione FVG a specialità globale

 

Parte seconda. Una Regione flessibile.


· La domanda conseguente è: riusciamo a creare una società Regione che guarda al mondo con più sociale, più uguaglianza, più democrazia, più servizi pubblici, più innovazione, più investimenti nelle infrastrutture e nelle energie rinnovabili, contenendo i costi e pareggiando i bilanci? Questa è la mission.

· Risposta più o meno banale: bisogna partire da una più forte centralità della persona e da una maggiore capacità di innovazione.

· Un solo obiettivo: erogare i servizi al cittadino dove è più efficace ed economico, a parità ovviamente di qualità dei servizi.

· La qualità dei servizi erogati, sia da un soggetto pubblico o privato, deve essere stabilita dalla “Carta dei servizi” concordata con le associazioni dei consumatori.

· La qualità oggi cammina di pari passo con la flessibilità. Bisogna introitare il concetto di flessibilità nel sistema regione. E deve valere anche per le istituzioni. Non si può chiedere a tutti di essere flessibili mentre le istituzioni restano immobili. Quando si parla di flessibilità delle istituzioni non si parla di confini da cambiare o di poteri diversificati.

· La flessibilità delle istituzioni è definita in rapporto al cittadino e significa meno burocrazia inutile, meno leggi, meno procedure per legge. Significa anche capacità di adattamento alla globalizzazione.

· La flessibilità delle istituzioni non può essere deregolante, perché farebbe venir meno gli elementi di stabilità democratica del sistema: e “noi” siamo convinti che la democrazia sia il modello migliore anche per il futuro. Essa deve avvenire invece su quegli aspetti che condizionano la competizione del sistema e la sua capacità di trasformarsi, all’interno del modello di sviluppo che si intende perseguire.

· L’Occidente ragiona per modellazioni, e in base alla sequenza di pensiero teoria/pratica/azione/evento determina il concetto di efficacia. La Cina ragiona per processi, segue l’onda e la sorregge secondo un piano strategico e così determina il concetto di efficienza. Occidente idealista, Cina opportunista. Il nostro “noi” e il loro “noi”. (Francois Jullien – cs)

· La domanda è: possiamo continuare a costruire modelli da applicare alla realtà secondo il pensiero occidentale classico, o dobbiamo rinunciare a ideare il futuro pur di stare sul mercato? È una scelta di fondo che va fatta, in palio ci siamo “noi”. Con la modellazione ci si presenta e si chiede un voto, si ricerca una condivisione, si stimolano altre idee. Con l’opportunismo non c’è né democrazia e né libertà.

· Una Regione flessibile è una regione che ha un nuovo modello di sviluppo e lo persegue, ma interviene di continuo su quegli aspetti che condizionano la competizione e la capacità del sistema di trasformarsi nel verso voluto.

· Un sistema Regione flessibile è un sistema autoregolante. Per non essere conservatore, tale sistema deve introitare la globalizzazione nelle sue scelte, attraverso parametri di qualità della vita, stabiliti anno per anno nella sua programmazione economica e sociale. Ritorna centrale il Piano triennale di sviluppo. Il ruolo degli Osservatori, rigorosamente non più solo regionali, serve a dare strumenti di analisi puntuali e aggiornati alle scelte della politica. 

· Riassumendo: i termini necessari dalla democrazia per la flessibilità nelle istituzioni sono quelli che rimuovono gli ostacoli alla crescita e alla capacità di trasformazione ambientale e sociale della economia, garantendo e migliorando i caratteri propri della democrazia, ovvero: la partecipazione, la trasparenza, la rappresentanza, la libertà reale di espressione, la coesione e solidarietà sociale, il senso di responsabilità.

· Il sistema regione flessibile è una Regione post-feudale, dove l’aria di comunità rende liberi. Questi sono i quattro termini fondamentali di flessibilità necessaria:

1.
disboscamento della pletora di enti, consorzi, agenzie, aziende, spa più o meno pubbliche, che sono i veri figli del boom economico e luoghi dove il legame con il mandato della sovranità popolare è molto labile. Essi sono i veri responsabili della rigidità di spesa e dei conseguenti sprechi: soldi vincolati e residui che messi insieme fanno una montagna:
- questa duplicazione infinita di apparati, di sedi, di personale, di sovrapposizione di campi d’intervento non ha veramente più senso di esistere;
- non c’è nulla che non possa essere fatto con meno spesa da Comuni, Province e Regione, con proprie sedi, proprio personale, da soli o in convenzione o delega amministrativa intersoggettiva;
-  inoltre è ormai evidente che un componente di un cda qualsiasi conta molto di più di un consigliere comunale o provinciale o regionale eletto dal popolo: hanno privatizzato la democrazia;
- è altrettanto evidente che il controllo delle società di capitali da parte pubblica è di fatto inesistente e solo di facciata;
- il pubblico deve uscire completamente da tutte le società di capitali tranne che nei casi di “commons”:
> acqua – solo pubblico
> rifiuti – solo pubblico
>trasporti pubblici – pubblico/privato
- se a casa tua non gestisci acqua, rifiuti e trasporto pubblico, allora non è casa tua;
- oggi il tema dei beni comuni (commons) ha trovato un nuovo sviluppo, anche sulla spinta dell'attualità di argomenti quali il riscaldamento globale, la depauperazione di ecosistemi unici o la perdita di biodiversità, tutte risorse comuni dell'essere umano e degli altri organismi viventi;
- il referendum per l’acqua pubblica ha segnato uno spartiacque da cui non si deve tornare indietro;
-  parimenti bisogna dare più mano libera a Comuni e Province;
- liberalizzazione della delega amministrativa intersoggettiva, non solo tra Regione e enti locali, ma anche tra Comuni e Province;
- spinta alla unione dei Comuni e alla unione delle Province, che mantiene l’identità e favorisce economie di scala ovvero risparmi reali. Nella unione va prevista la possibilità di una pianta organica unica;
- no alla fusione che crea solo perdita di identità e servizi scadenti per le aree periferiche, senza alcun risparmio reale ma forse anche con costi maggiori di inefficienza.

2. semplificazione burocratica spinta, con una vera e propria decimazione delle leggi in vigore che stanno solo irrigidendo il lavoro a Comuni e Province e complicano la vita a famiglie e imprese. È inutile che Comuni e Province ottimizzino la loro gestione, quando la Regione scarica sempre nuovi oneri burocratici sul territorio. Bisogna tagliare alla radice la F.A.C. (fabbrica affari complicati J):
- riduzione del 50% dello stock di leggi in vigore;
- va data per legge potestà semplificativa a Comuni e Province con il sistema dell’intesa con la Regione, al fine di creare una competizione positiva alla semplificazione. Nessuno più di loro conosce il territorio e la possibilità di risposta dei propri uffici.
- fine delle leggi di invasione procedurale – l’organizzazione degli uffici e il funzionamento della macchina amministrativa locale spetta rigorosamente a Sindaci e Presidenti di Provincia;
- le domande delle associazioni per contributi esentate dalla marca da bollo;
- eliminazione delle leggi che erogano contributi. La scelta spetterà al livello amministrativo di Comuni e Province;
- fine conseguente di ogni forma di rendicontazione per chiunque sopra i 5.000 € se non attraverso il sistema della auto certificazione;
- basta con il sistema feudale delle domande di Comuni e Province alla Regione, basta di conseguenza con commissioni, comitati, esperti;
- i soldi vanno dati al sistema delle Autonomie locali in % sulle entrate fiscale e senza nessun vincolo di alcun tipo;
- ovviamente nessuna funzione delegata a Comuni e Province, solo funzioni trasferite.

3. elasticità della macchina pubblica: il luogo dell’accordo è il contratto, che va stipulato nei tempi dovuti e rispettato. L’esito del referendum tra i lavoratori è vincolante. Il pubblico è bello ma lo spirito di servizio non può essere un optional:
- oggi i dipendenti della Regione sono circa 3.000, al netto di quelli della sanità. Quelli della sanità sono più di 20.000. Oggi i dipendenti delle partecipate dalla regione sono circa 1.800. I dipendenti dei Comuni sono circa 11.000, quelli delle Province circa 1.500;
- la nuova Regione richiede un significativo spostamento di risorse, competenze e personale alle funzioni amministrative di Comuni e Province;
- mobilità obbligatoria del personale del comparto unico: non basta favorire la mobilità volontaria, bisogna introdurre il concetto della mobilità obbligatoria per ragioni di servizio, con tutte le garanzie del caso da concordare con le OOSS;
- clausola compromissoria regionale: il sistema non può più sostenere la valanga di ricorsi alla magistratura ordinaria, che invece di essere elementi di tutela per i giusti, diventano arma di ricatto per i furbi. Parimenti bisogna tutelare i diritti del lavoratore dagli abusi del potere. Da qui l’esigenza di uno strumento nuovo di clausola compromissoria condivisa con le OOSS;
- posizioni organizzative e/o vicedirigenti: stabilire per legge il carattere a tempo determinato di tali incarichi che possono essere assegnati e tolti solo ed esclusivamente dai dirigenti e non dalla politica;
- segretari generali: totale liberalizzazione del settore e affidamento a parità di emolumenti delle funzioni di direttori generali;
- piena libertà di pianta organica a Comuni e Province sotto il 30% della spesa corrente, da implementare secondo l’ordine di priorità: mobilità da enti e spa dismessi, mobilità di comparto, nuove assunzioni solo fino al 20%.
- basta infine con la pratica feudale della fiduciarietà dei dirigenti accompagnata al meccanismo del Spoil system. Questo meccanismo può valere per uno staff molto ristretto, non per tutti i dirigenti o peggio per i vicedirigenti.

4. bilanci chiari, utili e sani: il sistema attuale di bilancio degli EELL va snellito e modificato, evitando il giro di carte inutili, rendendolo più trasparente al cittadino e più utile alle sfide del “noi globale”:
- vanno istituiti obbligatoriamente: il bilancio sociale e il bilancio ambientale da presentare all’atto del Bilancio Consuntivo;
- tutti i bilanci, compreso i PEG, vanno messi in internet;
- la verifica degli equilibri di settembre va eliminata, è inutile;
- il piano triennale delle opere va presentato direttamente all’atto del Bilancio Previsionale, non ha alcun senso depositarlo prima, è solo tempo perso;
- la contabilità di bilancio della parte “spese” va cambiata radicalmente, oggi non è leggibile ed è solo carta inutile;
- tutte le rendicontazioni verso Regione e Stato vanno eliminate;
- tutti i residui superiori a 5 anni e in assenza di vertenze legali, vanno considerati liberi;
- l’avanzo di amministrazione deve essere tutto disponibile nel bilancio previsionale, tranne che per spese per il personale;
- il patto di stabilità è regionale e lo stock del debito va tenuto sotto il 40% delle entrate correnti, al netto della parte di mutui coperti da contributi;
Per quanto attiene al bilancio della Regione:
- nuova contabilità più analitica dei servizi ospedalieri, facendo riferimento alla struttura di riferimento, per incentivare il rafforzamento dei servizi stessi;
- fine delle gestioni fuori bilancio;
- fine delle norme puntuali e delle leggi a contributo;
- superamento dell’emergenza e priorità alla programmazione, che significa utilizzo razionale delle risorse, trasparenza e fine delle pratiche clientelari;
- nuove procedure di verifica. Come sono stati valutati gli obiettivi? Il risultato è stato pari alle attese? Il rapporto costi/benefici è ottimale? Quali sono i motivi per i quali certi risultati attesi non sono stati conseguiti?
- anche in Regione il bilancio sociale e il bilancio ambientale da presentare all’atto del Bilancio Consuntivo.

·  “Le leggi mal costruite, e come tali sempre più spesso impugnate davanti alla Corte Costituzionale che le censura, le norme recanti dannosi appesantimenti alle attività pubbliche, gli strumenti legislativi fatti per interventi non indispensabili e non necessari alla generalità perché magari sollecitati o disposti a vantaggio di singole categorie, rappresentano quelle gravi sovrastrutture burocratiche che appesantiscono inutilmente l’azione amministrativa rivolta alla generalità dei cittadini.
In questa situazione la riduzione degli organici pubblici non solo può risultare parzialmente inutile, ma addirittura dannosa dal momento che l’Amministrazione deve poter disporre di adeguate risorse per rispondere al mandato pubblico che la Costituzione le affida.” (Corte dei Conti su Bilancio Consuntivo 2010 della Regione FVG)

Parte terza. Una Regione sociale.


·  Jurgen Habermas, uno dei più importanti pensatori europei contemporanei, ci ricorda che l’idea di welfare nasce sempre da una idea di utopia, e per questo diventa impossibile definirne un modello riconosciuto allo stesso modo da tutti.

·  Il modello di welfare trae origine da cosa si usa per determinare il diritto sociale del singolo individuo:
- dal bisogno dimostrato – modello di welfare residuale;
- dalla professione esercitata – modello di welfare particolaristico;
- dalla cittadinanza – modello di welfare universalistico. 

· Il modello universalistico è l’unico che promuove l’uguaglianza di status passando così dal concetto di assicurazione sociale a quello di sicurezza sociale.

· Una cosa è certa: un forte welfare è necessario per la coesione sociale e per una società fondamentalmente egualitaria che limiti gli eccessi di ricchezza e povertà (Paul Krugman – Nobel economia 2008).

· Non basta quindi ripensare l’impianto istituzionale della Regione. Bisogna ripensare la nuova società Regione, proporre un nuovo progetto sociale nel quale sia chiaro cosa deve fare solo il pubblico, cosa deve fare solo il privato e cosa possono fare in collaborazione e/o competizione il pubblico e il privato.

· Il pubblico non è solo quanto previsto dall’art 114 della Costituzione: Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni e Stato. Esiste anche la pletora di enti e spa da disboscare.

· Il privato non è solo mercato. Ci sono le famiglie ed esiste il grande mondo della “sussidiarietà orizzontale” fatto da volontariato e no-profit, vero anticorpo sociale alle scelte auto-referenziali della politica: la nostra primavera araba J.

· In due parole il pubblico deve diventare più efficiente, e il privato più solidale e equo. La crisi ci dice che non possiamo più permetterci un pubblico che non funziona e un privato che inquina e tratta male i lavoratori. Il pubblico deve fare meno mercato possibile e il privato deve fare più responsabilità sociale e ambientale nell’azienda.

· In realtà non è tutto bianco o nero, ci sono eccellenze in un caso e nell’altro, ma è evidente che il sistema si sta lasciando andare. Manca fiducia e mancano esempi positivi: questo è il compito della politica.

· L’obiettivo è: coniugare centralità della persona e tutela dell’ambiente con il superamento della crisi economica. Creare occupazione e lavoro è il vero metro di misura con cui si valuta la capacità del sistema di superare e vincere la crisi.   

· Se vogliamo portare avanti un welfare universalistico, garantendo giustizia ed equità sociale, in una Regione dove si fanno pochi figli e aumenta sempre il numero di anziani, bisogna migliorare l’efficienza dell’offerta pubblica e aprire di più il sistema al privato sociale no profit e al sostegno alle famiglie, che in molti casi sono le uniche a sostenere il peso sociale.

· Bisogna fare economie di scala ed alto ricorso alle tecnologie informatiche dei servizi da erogare al cittadino. In questo modo i servizi risulterebbero più efficienti e meno costosi.

· Se vogliamo creare occupazione, dobbiamo creare imprese ed attrarre capitali.
Si tratta di semplificare creando nel territorio “interlocutori unici” con annesso sportello unico delle attività produttive:
- possono essere i Comuni sopra i 40.000 ab e le Province per il resto;
- può essere un modello tipo Convenzione AATO per ogni Provincia;
- possono essere le Province tout court;
- può essere un modello tipo Patto per lo sviluppo provinciale che mette assieme EELL, categorie e sindacati;
- possono essere un po’ di queste cose diversificate, ciò che è importante è che ci sia un interlocutore in ogni territorio e non più interlocutori come adesso.

· Se vogliamo difendere i diritti del lavoro, dobbiamo modificare profondamente la legge regionale, nata in situazioni di normalità e inadatta alla situazione attuale. Deve cambiare la filosofia di fondo, prima gli ammortizzatori sociali servivano a superare il momento di crisi, oggi devono servire a:
- incentivare le imprese in crisi a mantenere i posti di lavoro in esubero (modello kurzarbeit tedesco);
- un utilizzo flessibile del monte ore;
- trovare un altro lavoro e a insegnare alle persone a mettersi in proprio.

· Chi si mette in proprio a seguito di una crisi conosce il lavoro ma si inceppa nella burocrazia e nelle tasse. Costerebbe molto meno alla società dare a queste persone 3 anni di estrema semplificazione burocratica e di minima pressione fiscale.

· Chi lavora e paga le tasse deve avere il diritto al voto amministrativo.
Questo vale per tutti, altrimenti è un diritto negato.

Per gli stranieri ciò deve diventare diritto automatico dopo 10 anni di presenza regolare in Regione.


Parte quarta. Una Regione federalista.


·  Art. 114 della Costituzione italiana:
“La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione.
Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento.”

· Nel 2001 in Italia si cambiò la Costituzione. In particolare fu importante la modifica dell’art. 114 che cambiava la formazione istituzionale della Repubblica.
Mettendo prima il Comune, poi la Provincia, la Città Metropolitana, la Regione e per ultimo lo Stato, i costituenti affermarono due concetti rivoluzionari: l’equiordinazione delle istituzioni e la centralità del cittadino rispetto alla autorità.

· Con l’art. 117 si stabilì qualcosa ancor più importante, il rafforzamento del ruolo legislativo delle Regioni.

· Dal 2001 Comuni e Province non sono più enti periferici dello Stato, ma la Repubblica più vicina ai cittadini.

· Dal 2001 il cittadino non è più suddito della autorità ma il suo datore di lavoro.

· La riforma Costituzionale del 2001 è stata tradita e continua a non essere applicata dallo Stato e dalla nostra Regione, che continuano a svolgere ruoli amministrativi impropri: quello che viene chiamato nuovo centralismo.

· Questo ha impedito e impedisce un serio processo riformatore delle istituzioni regionali e ha rallentato e rallenta la crescita e la trasformazione dell’economia regionale oltre a creare distanze crescenti tra la politica e i cittadini.

· Questo bubbone va risolto.

· La nuova Regione FVG deve recepire in pieno lo spirito e la lettera degli art. 114 e 117 della Costituzione. Abbiamo bisogno di una istituzione Regione leggera, solo leggi di settore e di programmazione, nessuna legge di spesa puntuale, zero contributi, nessuna attività amministrativa. È da qui che deve partire la riforma.

· Una ferrea divisione dei ruoli tra potere legislativo e potere amministrativo.

· È troppo chiedere una Regione di legislatori? No, è giusto.

· Tutto il potere amministrativo a Comuni e Province, con mobilità obbligatoria dei dipendenti regionali.

· Tutte le funzioni comunali ai Comuni. Tutte le funzioni di area vasta alle Province.  Disboscamento della pletora di enti e spa. Autogoverno delle risorse.

- ai Comuni il cittadino,
- alle Province il territorio,
- alla Regione il modello di sviluppo.

· Via lo sport, giovani e cultura dalla Regione e dalle Province, tutto solo ai Comuni.

· Il nuovo sociale dalle Province: immigrazione, casa e lavoro.

· Via l’università, la ricerca e l’innovazione da Comuni e Province. Via la protezione civile, le infrastrutture e i poli intermodali dalle Province. Tutto alla Regione.

· Alle Province le competenze:
- tutta l’istruzione e tutta l’edilizia scolastica;
- ufficio scolastico provinciale;
- formazione e lavoro;
- ispettorato del lavoro;
- immigrazione;
- tutte le strade che non sono comunali o autostrade (tutta ex FVG strade);
- motorizzazione civile;
- pianificazione urbanistica di area vasta;
- i servizi tecnici ex Regione;
- casa pubblica (ex Ater);
- tutta l’agricoltura;
- fauna di ogni ordine e grado;
- turismo di area vasta;
- paesaggistica;
- ambiente;
- tutta l’energia;
- acqua;
- rifiuti;
- trasporti pubblici;
- attività produttive (ex consorzi industriali e sportelli unici);
- disabilità;
- sicurezza, dentro il Corpo unico regionale di sicurezza;
- multilinguismo, minoranze linguistiche e dialetti;
- cooperazione internazionale;
- programmazione europea e politiche transfrontaliere.

· Ai Comuni tutto il resto. Alla Regione il federalismo fiscale: tassazione uguale da Tarvisio a Grado.

· Il federalismo fiscale ha senso se riduce le tasse a cittadini e imprese e se combatte con più forza l’evasione fiscale, altrimenti è solo uno spostamento di ufficio esattoriale.

· Comuni e Province devono essere esenti dal pagamento di IVA e IRAP e da qualsiasi tassa governativa, perché far pagare loro tasse per poi tornarne una parte è il segno di una Repubblica centralista che continua a considerarli come una cosa diversa da se.

· Di fatto ciò comporterà a parità di lavori pubblici, un minor indebitamento e minor pressione fiscale su famiglie e imprese, a fronte di una esigua riduzione dei trasferimenti correnti.

· Oggi l’IVA della Regione FVG è circa 1.650 milioni di €, di cui circa 40 milioni vengono pagati da Comuni e Province.
Meccanismo:
- gli EELL pagano l’IVA allo Stato per 40 mil €;
- il 90,1% torna in Regione, che ritorna il 10% agli EELL senza vincoli, mentre il restante lo torna nei fatti con capitoli di spesa più o meno vincolati, ma comunque trasferimenti (comunità montane, personale, LR 24/06, ecc.);
- quindi togliendo l’IVA a Comuni e Province, si toglie anche la partecipazione IVA degli EELL. Comuni e Province riducono l’indebitamento per fare LLPP. Lo Stato ci rimette quasi nulla. La Regione crea un grande volano di lavoro e sviluppo, proprio in quel settore della edilizia oggi in crisi, senza rimetterci nulla.

· Lo stesso ragionamento sull’IVA va a maggior ragione fatto per la Regione FVG, che senso ha essa paghi l’IVA se dopo si riprende il 90,1% della stessa? Nei fatti è solo un rallentamento della spesa. I rapporti con lo Stato e per il rispetto del Patto di stabilità, diventerebbero così più chiari.

· Oggi l’IRAP della Regione FVG è circa 700 milioni di €, di cui circa 40 milioni vengono pagati da Comuni e Province, andando ad accrescere il costo del personale. Meccanismo:
- gli EELL pagano l’IRAP alla Regione per circa 40 mil €;
- ciò aumenta il costo del personale, mentre la Regione ha l’obiettivo di ridurlo;
- anche questi soldi tornano nei fatti agli EELL sotto forma di capitoli di spesa più o meno vincolati;
- quindi togliendo l’IRAP a Comuni e Province, si riduce il costo del personale, si evitano giri inutili. Qui proprio nessuno ci rimette. Ci guadagna solo l’operatività e la stabilità dei bilanci.

· Il pagamento dell’IVA da parte dei Comuni, Province e Regione, rappresenta il motivo principale per cui si creano società di capitali per ogni cosa. Infatti le società di capitali scaricano l’IVA, mentre per Comuni, Province e Regione è un costo vivo. Se vogliamo disboscare gli enti dobbiamo risolvere prima questo problema: la privatizzazione della democrazia si è creata anche da esigenze reali e non solo da volontà oligarchiche.

Parte quinta. Una Regione leggera


· Non ci serve questa Regione: vogliamo una Regione leggera, con meno consiglieri e meno dipendenti, senza soldi da erogare direttamente ne attività amministrative da gestire, senza leggi di spesa e solo programmazione e indirizzo. 

· Si parla molto oggi del costo della politica, intendendo che costa troppo. È il risultato di una crisi di fiducia che va recuperata nell’interesse del Paese, sapendo che:
- la politica non può diventare solo una cosa per ricchi;
- chi fa politica non può arricchirsi;
- tagliamo i costi ma non la democrazia.

· Il costo giusto della politica esiste. È quello che permette a chi eletto di svolgere il proprio ruolo in libera associazione e in nome del bene comune. È un problema di tempo disponibile e di funzioni da svolgere.

· Esiste perciò un rapporto tra costo e prestazione richiesta, come è ovvio che sia in tutti i settori della vita sociale ed economica. Il problema oggi è che quel rapporto è squilibrato.

· Per avere una Regione leggera, bisogna operare in molte direzioni:

- il voto: tutti i Comuni e le Province votano con il turno unico (ovvero senza ballottaggi);

- le assemblee elettive: ridurre ma non andare sotto i 20 consiglieri perché si intacca la democrazia e la rappresentanza delle minoranze:
> mantenere possibilità decentramento nei Comuni sopra i 30.000 ab.;
> consigli comunali per i comuni capoluogo – 30;
> altri consigli comunali – inalterato;
> consigli provinciali – (20 GO,TS,PN) e 26 UD;
> consiglio regionale – 42;

- le giunte: sono il motore, l’assessore che costa di più è quello che non fa niente:
> togliere qualsiasi tetto numerico;
> introdurre per legge un tetto massimo di spesa annua (tutto compreso, compensi, rimborsi, spese varie) pari al 2% della spesa corrente;
> dare libertà al Sindaco e al Presidente di Provincia di determinare il numero e le indennità di ogni singolo assessore, all’interno del tetto massimo previsto. Prevedere anche la figura dell’assessore puramente volontario, che può essere consigliere o meno, e senza indennità;

- indennità: consiglieri regionali, presidenti di Provincia e sindaci sopra i 15.000 ab con la stessa indennità, pari al doppio del dipendente mediano dell’industria;

- indennità di fine rapporto: per consiglieri regionali e presidenti di Provincia, da ridurre;

- vitalizi regionali: passaggio al sistema contributivo;

- spesa pubblica: mantenere nel triennio la somma delle spese per Dotazioni strumentali, Autovetture e Beni immobili sotto i seguenti parametri di spesa complessiva:
> Rapporto spesa per abitante         <   24€ anno
> Rapporto spesa per dipendente         <   20.000€ anno
> Rapporto spesa su spesa corrente     <   15%

- gruppi consiliari e presenze:
-  nessun finanziamento ai gruppi consiliari nei Comuni e nelle Province. Riduzione % di quelli in Regione secondo un tetto di spesa previsto dal Consiglio Regionale;
-  nei regolamenti di Comuni e Province e Regione collegare il gettone di presenza o la quota di indennità alla effettiva presenza misurata sull’esercizio di voto di almeno il 50% dei punti all’odg;

- enti statali: queste strutture vanno abolite e le competenze trasferite sul territorio. Chiudere l’ufficio scolastico regionale che non serve a niente, trasferire quello provinciale alle Province. Chiudere il genio civile e assorbirlo nelle Province, unificare tutte le autorità di bacino della Regione (regionali e nazionali) in una unica. Trasferire tutte le competenze del demanio alla Regione. Trasferire l’ispettorato del lavoro alle Province. Trasferire il Catasto ai Comuni.

- enti doppioni, un lusso di altri tempi:
> l’università può essere una sola;
> gli Erdisu vanno eliminati e le competenze vanno date alle Province;
> il Corpo forestale deve trasformarsi in Corpo unico ambientale;
> i consorzi universitari e gli AATO vanno aboliti e le competenze vanno date alle Province;
> i consorzi turistici vanno aboliti;
> va realizzata una unica Comunità montana in Regione FVG, delimitando il territorio alla reale montagna friulana.

Parte sesta. Una Regione forte.


· Una Regione a specialità globale, flessibile, sociale, federalista e leggera, non è una regione debole, ma una Regione forte. Non più centralista come prima e quindi diversa ma non meno forte. Il sistema Regione che ci serve.

· Una forte Regione che ha le idee chiare sul modello di sviluppo dove condurre tutti. Che non si perde in mille rivoli amministrativi, spesso complicati. Che non subisce il condizionamento di piccoli interessi. Che legifera poco ma legifera bene. Studia, elabora il futuro. Si circonda delle migliori menti.

· Per tenere il timone fermo servono poche competenze ma rilevanti.

· Guardiamo le attuali funzioni della Regione, partendo dal Consultivo 2010 della Regione FVG, dove si vede anche la differenza tra le spese previste e quelle impegnate (in milioni):

 

Funzione

attività

Previsionale 2010

Impegnato 2010

1

attività economiche

356,8

305,5

2

gestione del territorio

468,1

343,4

3

tutela ambiente e difesa territorio

100,8

49,0

4

infrastrutture, trasporti, telecomunicazioni

221,9

191,8

5

attività culturali, ricreative e sportive

115,2

106,3

6

istruzione formazione e ricerca

278,1

168,7

7

sanità pubblica

2.491,5

2.379,8

8

protezione sociale

578,8

432,7

9

sussidiarietà e devoluzione

624,9

615,5

10

affari istituzionali, economici e fiscali generali

2.107,4

1.262,2

11

funzionamento della Regione

395,6

323,4

 

TOTALE

7.739,3

6.178,6

 

·  Il bilancio 2010 di 7.739,3 ml€ è così ripartito:
-  5.596,6     spese correnti,
- 1.883,9     spese di investimento, 
-  258,8     spese per rimborso di mutui e prestiti.

· Adesso per ogni funzione vediamo cosa deve restare alla Regione e cosa no:

 

Funz

Attività economiche

Comuni

Province

Regione

1

Agricoltura

Si

1

Industria e artigianato

Si

1

Commercio, pubblici esercizi, turismo e terziario

Si

1

Cooperazione

Si

1

Sistemi economici territoriali e locali

 

 

Si

1

Ricerca e sviluppo, formazione, promozione

 

 

dipende

 

Funz

Gestione del territorio

Comuni

Province

Regione

2

Foreste e boschi

Si

 

2

Parchi, riserve naturali, aree protette, beni ambientali e paesaggistici

Si

 

2

Tutela delle acque

 

Si

 

2

Difesa dl suolo

 

Si

 

2

Ricerca e sviluppo, formazione, promozione

 

 

dipende

 

Funz

Tutela ambiente e difesa territorio

Comuni

Province

Regione

3

Pianificazione territoriale regionale e subregionale

 

Si solo per area vasta

Si

3

Servizio idrico integrato

 

Si

 

3

Gestione dei rifiuti

 

Si

 

3

Energia

 

Si

 

3

Edilizia pubblica non residenziale e lavori pubblici

 

Si

 

3

Mobilità locale

 

Si

 

3

Protezione civile e ricostruzione

 

 

Si

3

Ricerca e sviluppo, formazione promozione

 

 

dipende

 

Funz

Infrastrutture, trasporti, telecomunicazioni

Comuni

Province

Regione

4

Rete stradale e autostradale

 

Si solo per strade ex Anas

Si

4

Portualità, collegamenti via acqua e opere marittime

 

 

Si

4

Aeroportualità

 

 

Si

4

Intermodalità

 

 

Si

4

Ricerca e sviluppo, formazione promozione

 

 

dipende

 

 

 

 

 

 

 

 

Funz

Attività culturali, ricreative e sportive

Comuni

Province

Regione

5

Servizi ricreativi, sportivi e animazione culturale

Si

 

 

5

Servizi culturali

Si

 

 

5

Beni culturali

 

 

Si

5

Identità linguistiche e culturali

 

Si

 

5

Associazionismo e volontariato e cooperazione internazionale

Si

Si solo per cooperazione

 

5

Ricerca e sviluppo, formazione promozione

Si

Si in parte

 

 

Funz

Istruzione, formazione e ricerca

Comuni

Province

Regione

6

Istruzione

 

Si

 

6

Formazione professionale e continua

 

Si

 

6

Università e alta formazione

 

 

Si

6

Diritto allo studio

 

Si

 

6

Istituzioni scientifiche

 

 

Si

6

Ricerca e sviluppo, formazione, promozione

 

 

dipende

 

Funz

Sanità pubblica

Comuni

Province

Regione

7

Servizio sanitario regionale

 

 

Si

7

Interventi integrativi sanità e servizi veterinari

 

 

Si

7

Ricerca e sviluppo, formazione, promozione

 

 

Si

 

Funz

Protezione sociale

Comuni

Province

Regione

8

Disabilità

 

 

Si

8

Maternità e infanzia

Si

 

Si

8

Migranti

 

Si

 

8

Casa e edilizia residenziale

 

Si

 

8

Lavoro

 

Si

 

8

Autonomia personale

Si

 

Si

8

Sistema dei servizi sociali

Si

 

Si

8

Ricerca e sviluppo, formazione, promozione

 

 

dipende

 

Funz

Sussidiarietà e devoluzione

Comuni

Province

Regione

9

Sistema delle Autonomie locali

Si

Si

 

9

Fondo montagna

Si

Si

 

9

Sistema informativo

Si

Si

 

9

Programmazione negoziata

Si

Si

 

9

Fondo globale legislazione futura

 

 

Fine

 

 

 

 

 

 

Funz

Affari istituzionali, economici e fiscali generali

Comuni

Province

Regione

10

Affari istituzionali generali

 

 

Si

10

Fondi a destinazione intersettoriale

 

 

Si

10

Gestione del Patrimonio

 

 

Si

10

Affari finanziari e fiscali

 

 

Si

10

Riserve tecniche

 

 

Si

10

Ricerca e sviluppo, formazione, promozione

 

 

dipende

 

Funz

Funzionamento della Regione

Comuni

Province

Regione

11

Consiglio regionale

 

 

Si

11

Giunta Regionale

 

 

Si

11

Amministrazione regionale

Si parte mobilità

Si parte mobilità

Si

11

Enti e agenzie

 

 

Disboscamento

*****

 

 

 

 

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